Il mondo della street art è vasto e tra le sue pieghe è emersa una figura che attira l'attenzione non solo per aver abbracciato l’anonimato, ma anche e soprattutto per i suoi mosaici vibranti e provocatori.
di Marco Santarelli
Ememem ha sviluppato un approccio unico alla riparazione urbana chiamato “flacking”, un termine che ha coniato lui stesso. Secondo Ememem, la funzione dell’artista è quella di esistere allo scopo di creare cose inutili, ma allo stesso tempo indispensabili, e i suoi mosaici sono forse l’emblema di questo suo modo di concepire il suo ruolo.
Chi è Ememem?
La decisione di mantenere l’anonimato è inevitabilmente fonte di curiosità. Quando gli ho chiesto perché avesse scelto questa strada, l’artista ha descritto come il suo ingresso nella street art sia iniziato con esperimenti notturni. "Quando ho creato il primo flacking, non esisteva ancora un nome per questa tecnica e non avevo idea di dove mi avrebbe portato. Ho scelto di esplorare questa via creativa di notte, evitando l’interferenza delle autorità, un po' come fanno i graffiti artistici, che devono essere invisibili".
Rimanendo lontano dai riflettori, l’artista resiste al culto della personalità che spesso accompagna l’arte contemporanea. Crede che questo anonimato sposti l’attenzione dalla fama individuale all’atto collettivo di riappropriazione dello spazio pubblico. Ememem spiega come l’anonimato aggiunga una dimensione onirica che crea curiosità attorno all’opera stessa, sottolineando che i suoi mosaici, lasciati nelle buche e nelle crepe della città, invitano il pubblico a riflettere e a meravigliarsi.
Cos’è il Flacking?
“The world was so recent that many things lacked names, and in order to indicate them, it was necessary to point”. È proprio Ememem a creare e dare un nome alla tecnica del Flacking, che è nata semplicemente da uno spontaneo desiderio di riparare il vuoto urbano.
Il suo primo mosaico, creato nel 2012, ha gettato le basi per una pratica che combina un bisogno personale con il desiderio di guarire le ferite della città.
Partendo da sperimentazione e atti istintuali, l’artista ha iniziato a riempire crepe o buche nell’urbanistica attraverso tessere di mosaici, inserendo nel grigiore delle città spruzzi di colore. Con questo atto, non solo desidera riparare a livello estetico, ma anche portare avanti una sorta di atto di cura.
I mosaici sono "pezzi di colore che danno forma a un concetto". Ognuno dei suoi lavori è una forma di riparazione, non solo del paesaggio fisico della città, ma anche della connessione tra le persone e il loro ambiente. "Riempio i vuoti per un periodo determinato, e per fortuna, non sono soluzioni definitive ma gesti fragili che riflettono la natura transitoria della vita".
Questa fragilità, unita alla bellezza, è ciò che rende l’arte di Ememem profondamente umana. Per lui, ogni crepa riempita è un piccolo intervento che trasforma un difetto urbano banale in un momento di riflessione.
L’artista spiega che concepisce l’arte come uno strumento attraverso il quale intervenire dove gli altri falliscono. Le buche e le crepe su cui lui lavora sono “problemi” che ognuno nota tutti i giorni, ma che tutti decidono di ignorare. L’artista vuol far passare il messaggio che anche i problemi più piccoli vanno attenzionati, perciò “risolve quei problemi” e li trasforma in opere d’arte dense di significato.
Arte elitaria o arte del popolo?
La street art occupa uno spazio complesso nel panorama culturale. Alcuni la vedono come una forma d'arte democratica, mentre altri sostengono che stia diventando sempre più elitaria. Su questo tema, l’artista non manca di chiarezza: "La dimensione popolare della street art è meravigliosa per la sua accessibilità, ma non tutte le opere portano con sé domande profonde o complessità concettuali. L’accesso all’arte tramite la street art può effettivamente essere considerato elitario se lo misuriamo sulla profondità del suo impegno concettuale".
Tuttavia, la sua stessa arte, nata per le strade e nascosta in piena vista, parla a chiunque possa imbattersi in essa nel loro tragitto quotidiano. Il suo lavoro, pur concettualmente ricco, rimane radicato nelle strade e accessibile a tutti, e anzi, può diventare strumento e veicolo per permettere a chiunque di avvicinarsi all’arte.
Arte, tradizione e tecnologia
Il flacking connette sia il mondo tecnologico che quello umano. Mentre i suoi mosaici rappresentano un’arte manuale e tradizionale, la loro diffusione è amplificata dalla tecnologia moderna. "Internet, i social media e la geolocalizzazione aiutano le mie opere a viaggiare molto oltre le strade che abitano" ha detto, notando come i suoi interventi vengano fotografati, condivisi ed esperiti in uno spazio digitale.
Questa dualità rispecchia la sua filosofia artistica più ampia: che l’arte può esistere all’incrocio tra il moderno e il tradizionale, il tecnologico e il manuale, mantenendo sempre un tocco personale e umano.
Non esiste una separazione netta tra tecnologico e umano, la tecnologia amplifica il potenziale della mia arte, permettendo a tutti di fruirne.
Arte o Vandalismo?
Come molti street artist, il suo lavoro rischia di camminare spesso sul filo tra arte e vandalismo. Sebbene alcuni vedano i suoi interventi come illegali, città come Lione hanno iniziato a commissionargli opere, riconoscendo il valore che apportano agli spazi urbani. "Vedo la mia arte come un atto di cura, non di distruzione" ha insistito, "Quando riparo una crepa o una buca, sto restituendo bellezza e dignità a un luogo trascurato".
Questo cambiamento di percezione segna un’evoluzione nel modo in cui l’arte non convenzionale viene riconosciuta dal pubblico e dalle autorità. Mentre il dibattito su ciò che costituisce vandalismo e ciò che è arte continua, l’artista afferma con sicurezza che il suo lavoro rappresenta una "resistenza poetica" e un invito al pubblico a riflettere su cosa significhi prendersi cura della città.
Oltre le crepe
Il "flacking" non è soltanto una tecnica o un gesto estetico, ma un atto di cura, una riparazione simbolica di ciò che è rotto o trascurato. Ogni mosaico è un messaggio silenzioso, un invito a fermarsi, osservare e riflettere.
Ciò che colpisce di più è la tensione tra il gesto manuale e la diffusione digitale delle sue opere. In un'epoca in cui la tecnologia ha trasformato anche il modo in cui fruiamo dell’arte, l’artista ci ricorda che il cuore del suo lavoro rimane profondamente umano. Si tratta di un intervento diretto, fisico, nei luoghi che abitiamo ogni giorno, e questo porta con sé un senso di urgenza: un richiamo a prenderci cura del nostro spazio, a non ignorare le crepe sotto i nostri piedi.
Ma l’opera di flacking non si limita a riempire i vuoti della città; essa trasforma il difetto in bellezza, rivelando come anche l’imperfezione possa diventare arte. Come ha detto l’artista, i suoi interventi sono fragili, temporanei, destinati a cambiare e scomparire. Questo ci riporta all'essenza stessa della vita urbana: nulla è permanente, tutto è in costante mutazione, e forse proprio per questo merita di essere visto e vissuto con maggiore attenzione.
Alla fine, ciò che resta non è soltanto il colore brillante del mosaico, ma l’atto di resistenza poetica che esso rappresenta. In un mondo che spesso ignora i piccoli problemi per concentrarsi su grandi progetti, quest’artista ci ricorda che anche una crepa può essere importante, anche un gesto semplice può avere un impatto profondo.
Con la sua arte, l’anonimo flacker ci invita a rallentare, a osservare il mondo sotto una luce diversa, a trovare la bellezza dove meno ce la aspettiamo.
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